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Feb
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LA MORTE DEL GESTO CREATIVO – parte seconda

imagesCA18W30ECol mio pensiero d’artista intendo sostenere la necessità della morte del gesto creativo.

Con il mio lavoro intendo condurre l’atto creativo al sacrificio necessario affinché il senso dell’Arte e la sua sacralità vengano di nuovo rivelate, in un sacro senza dio, senza le briglie del divino.

Un sacrificio “laico” (che si ponga, cioè, agli antipodi di una mentalità clericale), ma al contempo dischiuso a una trasversalità che non simuli interessi sociali o religiosi, ma comprenda le ragioni più intime e profonde (ciò che qui intendo per “sacro”), atte a rivelare la condizione che l’Uomo, e di conseguenza l’Arte, oggi vivono
In questo contemporaneo, a mio avviso, gli artisti non sanno riconoscere e proporre un vero dato trasgressivo utile a intravvedere un’ulteriore evoluzione dell’Arte. Piuttosto ne profanano il corpo, confondendo la provocazione con la trasgressione, perdendo di vista il fine dell’opera d’arte: produrre l’accostarsi all’invisibile compenetrandosene per renderlo visibile, attraverso una perversione che assuma e incarni il potere della sovversione, rivelandosi in un nuovo linguaggio.
E’ in questo senso che ritengo necessario il sacrificio a cui il gesto deve soccombere per sublimarsi nella catarsi della trasformazione, della reincarnazione e divenire linguaggio nuovo, consegnando un messaggio potente, violento, inconfondibile, ma salvifico all’idea di mutazione, collocandosi nel suo centro e divenendone artefice.

Nel mio lavoro (di pittore) quel sacrificio si compie nel momento in cui l’opera realizzata “in carne e ossa,” ovvero in colore e supporto, rinuncia a se stessa nella sua forma naturale per essere consegnata all’inesorabile voracità del mostro tecnologico.
C’è un istante in cui uno scatto fotografico digitale si appropria dell’incipit creativo.
Il gesto che ha procurato il farsi dell’opera nel suo colore, nella sua materia tattile e visiva, cede e si vanifica in favore di uno strumento tecnologico che scompone e ricompone la stessa immagine in milioni di pixel, svuotata di quello spessore nervoso e globulare di cui solo un gesto fisico e carnale può disporre.
Un’opera fagocitata dalla bulimia tecnologica, si offre al mondo nel corpo anoressico di un codice binario. Ogni gesto, e con esso ogni pensiero creativo, viene appiattito contro le pareti gelide del sistema. Ogni colore viene riconosciuto e riconsegnato nella sua versione asettica, privato di ogni possibilità di elevazione ascetica.
In questo atto sacrificale l’intenzione creativa definitivamente muore e trascina con sé l’artista, il quale rinuncia al suo potere interpretativo e lo affida, nel caso mio, alla forza della luce. Questa, con le sue lame, dall’Oltre attraversa l’immagine iniziale (“prima”), deflagra e smonta ogni parametro conosciuto. Restituisce qualcosa di inaspettato, di impensato, unico e nuovo nell’esatto momento in cui accade, catturato dal digitale (macchina fotografica), svuotato del suo essere materia e riapparso in un simulacro digitale, scagliato contro l’infinito dove l’Arte abita.
La luce diventa il vero artefice dell’Opera, il vero artista.
Ogni regola naturale salta, il dogma si smonta, ogni certezza viene sgretolata e diffusa in una sensazione ibrida quasi chimerica. Non è opera dipinta, non è acclamazione virtuale. Qui gli estremi si toccano, convivono – il Bene e il Male, Ombra e Luce.
E’ il momento in cui il visibile si spoglia dei connotati della mera immagine per divenire Opera d’Arte, fondando il proprio valore profetico sui canoni etici ed esistenziali della Rinuncia, del Sacrificio, della Morte e della Trasformazione.
L’Arte potrà così riannunciarsi avvertendo del destino della condizione umana, rivelando, e ponendosi al cuore della mutazione in atto.

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