Archive for March, 2013

27
Mar
13

QUANDO SERVE DIO

foto1C’è qualcosa di irreale, anzi di estremo.
Benedetto e Francesco si incontrano nella bolla dell’impossibilità possibile. Sono l’uno di fronte all’altro, l’uno in poltrona, l’altro su un divano. Ma tra i due si percepisce una ieratica presenza/assenza. Forse è la Morte, forse è Dio o, probabilmente, entrambi. A noi non è dato sapere.
La sensazione è che Benedetto dialoghi da un oltretomba terreno, da un sottosuolo emerso, che inficia il nascondimento, cui si consegnava all’indomani dell’abdicare.
Si percepisce una sorta di inutilità della Morte, che pure è lì a osservare e a tentare d’intervenire per dare luogo a se stessa, allorquando ognuno le riconosce una potenza definitiva, per giustificare la presenza di Francesco. Ma ogni suo sforzo risulta vano, non si sente ascoltata e ogni suo potere, decisionale e tombale, si perde.
Mentre i due papi si scambiano convenevoli in codice (non è dato sapere se benedettino o francescano), la Morte decide e si rivolge a Dio, lì al suo fianco, per domandare, in sudditanza, se la Sua Divina Esistenza, a questo punto e date le circostanze, non sia un po’ vana o comunque inefficace e lacunosa. Ma non riceve risposta.
In ogni caso entrambi (la Morte e Dio) sono lì, impegnati a sorreggere una lapide pesantissima e invisibile, – com’è, peraltro, nel loro stile, – in posizione verticale, al di qua della quale Benedetto lascia consegne “emerite” in forma di preghiere, mentre Francesco, dall’Aldilà della stessa, userà le medesime per pontificare, anche con le scarpe grosse.
A noi creature terrene non resta che attendere, osservando questa immagine, per vedere da quale parte cadrà l’enorme pietra tombale, una volta che la Morte e Dio, riconquistando la loro dignità, lasceranno la presa.

P.S. Ho preso in considerazione il fatto che, a un certo punto della sua carriera, potrebbe dimettersi, chissà per quale errore, anche papa Francesco e poi il suo successore e il successore del successore, che, ho pensato, finalmente si sarà autorizzato a chiamarsi Gesù II, l’unico dunque fra i quattro dell’Ave Maria, che potrà a quel punto dialogare anche con Dio e la sua

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18
Mar
13

Sarò alla 55a Biennale di Venezia!

big_115Sono fra gli artisti invitati a esporre nella 55° Biennale di Venezia, nel settore delle Nazioni!

Nel corso di tale importantissima manifestazione il M.A.C.I.A., Museo d’Arte Contemporanea Italiana in America, organizzerà un’esposizione d’arte contemporanea a Palazzo Merati d’Audiffret de Greoux, palazzo del circuito storico veneziano, ove visse per anni Giacomo Casanova e dove a lungo ha abitato Nietzsche.
La mostra intitolata “Sinfonia dei colori” sarà inaugurata il 1 giugno 2013 e si protrarrà sino a fine luglio.
Ho conosciuto il Direttore e Curatore del Museo e della Mostra, Gregorio Rossi, storico dell’Arte e persona squisita, nel consegnargli personalmente il mio pezzo per l’esposizione: mi ha confermato che sarà un momento di ritrovo e di avvicinamento all’arte, non soltanto dipinti, fotografia e scultura, ma anche musica e letteratura. Un salotto-culturale trasversale per lo scambio di opinioni su argomenti letterari, artistici, filosofici, storici con persone interessate e orientate alla curiosità, all’apprendimento e al dibattito.

Così Gregorio Rossi si esprime in merito al suo M.A.C.I.A.
“Quando venne progettata l’idea di un Museo di Arte Contemporanea Italiana all’estero, si decise per la Repubblica di Costa Rica come sede più idonea, in quanto Nazione che ha abolito dal 1947 l’esercito e che ha sempre avuto una popolazione pacifica, rispettata dagli imperi sanguinari che la circondavano: tutto questo nel convincimento che l’Arte sia un linguaggio universale fin dalla notte dei tempi e che le tradizioni di tutti i popoli ricordino un’età dell’oro, quando l’idioma era comune e le guerre sconosciute. Inoltre l’amicizia tra Italia e Costa Rica è datata da più di cinquecento anni, cioè da quando vi sbarcò Cristoforo Colombo, incontrandovi una popolazione ospitale.
I prestigiosi locali della Cancelleria dell’Ambasciata Italiana vennero appositamente restaurati per ospitare il Museo; l’Italia ha un patrimonio culturale lasciato in dote dalla storia, però gli artisti continuano a operare ancora oggi, tanto che l’arricchimento del nucleo iniziale della collezione è divenuto così ingente da far prevedere l’apertura di una seconda sede. Questa nuova idea, così come tutto l’iter precedente, è fortemente supportata dalla fattiva collaborazione dell’Ambasciata della Repubblica di Costa Rica a Roma, che ha sempre creduto nella bontà del progetto, sostenendolo in maniera fondamentale, favorendo i rapporti con gli organi ufficiali della propria Nazione ed essendo tramite con l’Istituto Italo-Latino Americano che anche autonomamente continua a fornire il proprio appoggio ed è l’importante patrocinatore.
Una coincidenza significativa ha fatto sì che l’attuale Presidente della Repubblica, Oscar Arias Sanchez, sia anche un Nobel per la Pace, ad ulteriore suggello di quello che è l’intendimento primario di questo Museo. Il Signor Presidente, durante una sua visita culturale in Italia, ha dichiarato il suo appoggio all’iniziativa, che poi si è formalizzato nel corso degli incontri da me avuti al Ministero della Cultura e al Ministero degli Affari Esteri di Costa Rica ed in seguito con una missiva dall’Ufficio degli Affari Esteri della Presidenza della Repubblica. Incoraggiati e spronati, ci si sta quindi incamminando alla realizzazione di una seconda sede su territorio costaricense, onorati ospiti di una struttura museale che viene identificata a San Josè, già pronti con un importante nucleo di opere che anche se di artisti italiani, proprio grazie alla loro collocazione, diventeranno patrimonio universale.”

Fra gli artisti con cui avrò l’onore di esporre, c’è Franco Battiato che con la sua arte pittorica e il suo linguaggio musicale porta avanti un messaggio di pace e di uguaglianza analogo a quello intrapreso dal M.A.C.I.A.

Alla luce di tutto ciò, oltre che per lo spessore della manifestazione, non nego di essere entusiasta di partecipare!

11
Mar
13

NON C’E’ UNA SECONDA OPPORTUNITA’, PER L’ARTISTA…

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“Quel che chiamiamo progresso nel senso stretto del termine, non agisce obbligatoriamente nel campo dell’Arte. Se le assegniamo un posto, ci assumiamo il rischio di impoverirla, mentre l’Arte deve essere sovversiva. L’Arte deve essere nocività (*).”
Prendo spunto da queste affermazioni di Anselm Kiefer, uno tra i più grandi artisti contemporanei viventi, per introdurre il mio pensiero.
Fermo restando che non si può assegnare un posto all’Arte, se non a rischio di impoverirla, si può (e si deve) assegnarlo invece a coloro che fanno arte. La questione non è, a mio avviso, se e come l’Arte sopravvivrà alle sue rovine, ma se e come l’artista riuscirà a non condurre se stesso alla rovina: in quanto “strumento” dell’Arte, non è lui a stabilire se essa morirà oppure no e non sarà neppure in grado di trascinarla alla rovina. Rischia piuttosto di trascinarvi se stesso, nell’incapacità di percepirne il senso.
Il senso dell’Arte ha come presupposto la partecipazione alla contemporaneità, oltre che la sua testimonianza: sinonimo di progresso, ciò non esclude a priori sovversione e nocività.
Come scriveva Antonin Artaud, “l’arte ha il dovere sociale di dare sfogo alle angosce della propria epoca. Un’artista che non ha accolto nel fondo del suo cuore il cuore della propria epoca, l’artista che ignora d’essere un capro espiatorio, e che il suo dovere è di calamitare, di attirare, di far ricadere su di sé le collere erranti dell’epoca per scaricarla del suo malessere psicologico, non è un artista.”
Kiefer sostiene che l’artista, per riconoscere l’Arte, deve accettarne l’irraggiungibilità –“là dove si trova, non potremo mai raggiungerla (Vangelo secondo Giovanni, cap.VII)”, ma ciò non implica necessariamente il rinnegamento della propria posizione all’interno della contemporaneità.
Sposterei dunque l’attenzione dall’Arte all’artista, che è suo strumento, piuttosto che colui-che-decide-di-fare-arte: l’Arte è superiore all’artista, che a Essa dovrebbe cedere, piuttosto che a una logica di mercato (com’è, per esempio, il caso di moda e design).
Evidentemente consapevole del ruolo secondario dell’artista rispetto all’Arte, Kiefer affida le proprie opere all’azione di elementi naturali (la corrosione dell’acqua, la dissoluzione nella terra…), affinché completino il suo lavoro con un imprevedibile valore aggiunto a quanto lui ha già fatto.
Il mio punto di vista si spinge oltre una tale impostazione di stampo materialistico: la rinuncia da parte dell’artista nel superamento del suo ruolo, è possibile anche attraverso le tecniche e gli strumenti che la contemporaneità offre. Ci si può sentire progressisti senza per questo venire meno alla sovversione e alla trasgressività indispensabili perché le nuove forme espressive, ovvero i linguaggi nuovi, siano considerati realmente tali.
L’odierno linguaggio espressivo di Kiefer, pur interessante e significativo, non ha in sé le caratteristiche del nuovo. Se si vuole assistere, come lui stesso afferma, all’uccisione dell’Arte e alla sua rinascita, non mi pare sufficiente, nemmeno in senso metaforico, “riesumare opere dalla terra.”
L’Arte può definirsi tale quando assume in sé ed emana valore profetico nell’annunciare un linguaggio “nuovo”, che porti in sé i segni di una necessaria mutazione dalla condizione che era a quella che sarà, – testimoniata nel presente, nella contemporaneità.
Il valore dell’Arte consiste cioè nel manifestare e rivelare evoluzione, di per sé naturalmente sovversiva.
Quando un artista è attraversato da un’idea “nuova”, nel consegnarla al mondo percepisce la perdita di una parte di sé: vivrà monco di quel pensiero che, nel momento stesso in cui prende forma, non gli appartiene più, divenendo il presupposto di un linguaggio “nuovo” nei termini più sopra descritti, di valore universale. In questo senso diviene “strumento dell’Arte”: l’amputazione che subisce è condizione necessaria perché possa essere riconosciuto come un vero artista.
Il pensiero perduto nell’opera è ragione per cui possa specchiarsi e riconoscersi in essa, inseguendolo in una nostalgica ripetizione. Difficilmente, perciò, un artista potrà dare origine a più di una “mutazione” – un linguaggio “nuovo” – nel corso della sua vita (si pensi a Picasso, Duchamp, Pollock, Wahrol, Fontana…). Non c’è una seconda volta. La ricerca disperata di una seconda possibilità rischia di condurre l’artista al suicidio. Come scriveva Quasimodo:
“Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”