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NON C’E’ UNA SECONDA OPPORTUNITA’, PER L’ARTISTA…

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“Quel che chiamiamo progresso nel senso stretto del termine, non agisce obbligatoriamente nel campo dell’Arte. Se le assegniamo un posto, ci assumiamo il rischio di impoverirla, mentre l’Arte deve essere sovversiva. L’Arte deve essere nocività (*).”
Prendo spunto da queste affermazioni di Anselm Kiefer, uno tra i più grandi artisti contemporanei viventi, per introdurre il mio pensiero.
Fermo restando che non si può assegnare un posto all’Arte, se non a rischio di impoverirla, si può (e si deve) assegnarlo invece a coloro che fanno arte. La questione non è, a mio avviso, se e come l’Arte sopravvivrà alle sue rovine, ma se e come l’artista riuscirà a non condurre se stesso alla rovina: in quanto “strumento” dell’Arte, non è lui a stabilire se essa morirà oppure no e non sarà neppure in grado di trascinarla alla rovina. Rischia piuttosto di trascinarvi se stesso, nell’incapacità di percepirne il senso.
Il senso dell’Arte ha come presupposto la partecipazione alla contemporaneità, oltre che la sua testimonianza: sinonimo di progresso, ciò non esclude a priori sovversione e nocività.
Come scriveva Antonin Artaud, “l’arte ha il dovere sociale di dare sfogo alle angosce della propria epoca. Un’artista che non ha accolto nel fondo del suo cuore il cuore della propria epoca, l’artista che ignora d’essere un capro espiatorio, e che il suo dovere è di calamitare, di attirare, di far ricadere su di sé le collere erranti dell’epoca per scaricarla del suo malessere psicologico, non è un artista.”
Kiefer sostiene che l’artista, per riconoscere l’Arte, deve accettarne l’irraggiungibilità –“là dove si trova, non potremo mai raggiungerla (Vangelo secondo Giovanni, cap.VII)”, ma ciò non implica necessariamente il rinnegamento della propria posizione all’interno della contemporaneità.
Sposterei dunque l’attenzione dall’Arte all’artista, che è suo strumento, piuttosto che colui-che-decide-di-fare-arte: l’Arte è superiore all’artista, che a Essa dovrebbe cedere, piuttosto che a una logica di mercato (com’è, per esempio, il caso di moda e design).
Evidentemente consapevole del ruolo secondario dell’artista rispetto all’Arte, Kiefer affida le proprie opere all’azione di elementi naturali (la corrosione dell’acqua, la dissoluzione nella terra…), affinché completino il suo lavoro con un imprevedibile valore aggiunto a quanto lui ha già fatto.
Il mio punto di vista si spinge oltre una tale impostazione di stampo materialistico: la rinuncia da parte dell’artista nel superamento del suo ruolo, è possibile anche attraverso le tecniche e gli strumenti che la contemporaneità offre. Ci si può sentire progressisti senza per questo venire meno alla sovversione e alla trasgressività indispensabili perché le nuove forme espressive, ovvero i linguaggi nuovi, siano considerati realmente tali.
L’odierno linguaggio espressivo di Kiefer, pur interessante e significativo, non ha in sé le caratteristiche del nuovo. Se si vuole assistere, come lui stesso afferma, all’uccisione dell’Arte e alla sua rinascita, non mi pare sufficiente, nemmeno in senso metaforico, “riesumare opere dalla terra.”
L’Arte può definirsi tale quando assume in sé ed emana valore profetico nell’annunciare un linguaggio “nuovo”, che porti in sé i segni di una necessaria mutazione dalla condizione che era a quella che sarà, – testimoniata nel presente, nella contemporaneità.
Il valore dell’Arte consiste cioè nel manifestare e rivelare evoluzione, di per sé naturalmente sovversiva.
Quando un artista è attraversato da un’idea “nuova”, nel consegnarla al mondo percepisce la perdita di una parte di sé: vivrà monco di quel pensiero che, nel momento stesso in cui prende forma, non gli appartiene più, divenendo il presupposto di un linguaggio “nuovo” nei termini più sopra descritti, di valore universale. In questo senso diviene “strumento dell’Arte”: l’amputazione che subisce è condizione necessaria perché possa essere riconosciuto come un vero artista.
Il pensiero perduto nell’opera è ragione per cui possa specchiarsi e riconoscersi in essa, inseguendolo in una nostalgica ripetizione. Difficilmente, perciò, un artista potrà dare origine a più di una “mutazione” – un linguaggio “nuovo” – nel corso della sua vita (si pensi a Picasso, Duchamp, Pollock, Wahrol, Fontana…). Non c’è una seconda volta. La ricerca disperata di una seconda possibilità rischia di condurre l’artista al suicidio. Come scriveva Quasimodo:
“Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”

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