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11
Mar
13

NON C’E’ UNA SECONDA OPPORTUNITA’, PER L’ARTISTA…

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“Quel che chiamiamo progresso nel senso stretto del termine, non agisce obbligatoriamente nel campo dell’Arte. Se le assegniamo un posto, ci assumiamo il rischio di impoverirla, mentre l’Arte deve essere sovversiva. L’Arte deve essere nocività (*).”
Prendo spunto da queste affermazioni di Anselm Kiefer, uno tra i più grandi artisti contemporanei viventi, per introdurre il mio pensiero.
Fermo restando che non si può assegnare un posto all’Arte, se non a rischio di impoverirla, si può (e si deve) assegnarlo invece a coloro che fanno arte. La questione non è, a mio avviso, se e come l’Arte sopravvivrà alle sue rovine, ma se e come l’artista riuscirà a non condurre se stesso alla rovina: in quanto “strumento” dell’Arte, non è lui a stabilire se essa morirà oppure no e non sarà neppure in grado di trascinarla alla rovina. Rischia piuttosto di trascinarvi se stesso, nell’incapacità di percepirne il senso.
Il senso dell’Arte ha come presupposto la partecipazione alla contemporaneità, oltre che la sua testimonianza: sinonimo di progresso, ciò non esclude a priori sovversione e nocività.
Come scriveva Antonin Artaud, “l’arte ha il dovere sociale di dare sfogo alle angosce della propria epoca. Un’artista che non ha accolto nel fondo del suo cuore il cuore della propria epoca, l’artista che ignora d’essere un capro espiatorio, e che il suo dovere è di calamitare, di attirare, di far ricadere su di sé le collere erranti dell’epoca per scaricarla del suo malessere psicologico, non è un artista.”
Kiefer sostiene che l’artista, per riconoscere l’Arte, deve accettarne l’irraggiungibilità –“là dove si trova, non potremo mai raggiungerla (Vangelo secondo Giovanni, cap.VII)”, ma ciò non implica necessariamente il rinnegamento della propria posizione all’interno della contemporaneità.
Sposterei dunque l’attenzione dall’Arte all’artista, che è suo strumento, piuttosto che colui-che-decide-di-fare-arte: l’Arte è superiore all’artista, che a Essa dovrebbe cedere, piuttosto che a una logica di mercato (com’è, per esempio, il caso di moda e design).
Evidentemente consapevole del ruolo secondario dell’artista rispetto all’Arte, Kiefer affida le proprie opere all’azione di elementi naturali (la corrosione dell’acqua, la dissoluzione nella terra…), affinché completino il suo lavoro con un imprevedibile valore aggiunto a quanto lui ha già fatto.
Il mio punto di vista si spinge oltre una tale impostazione di stampo materialistico: la rinuncia da parte dell’artista nel superamento del suo ruolo, è possibile anche attraverso le tecniche e gli strumenti che la contemporaneità offre. Ci si può sentire progressisti senza per questo venire meno alla sovversione e alla trasgressività indispensabili perché le nuove forme espressive, ovvero i linguaggi nuovi, siano considerati realmente tali.
L’odierno linguaggio espressivo di Kiefer, pur interessante e significativo, non ha in sé le caratteristiche del nuovo. Se si vuole assistere, come lui stesso afferma, all’uccisione dell’Arte e alla sua rinascita, non mi pare sufficiente, nemmeno in senso metaforico, “riesumare opere dalla terra.”
L’Arte può definirsi tale quando assume in sé ed emana valore profetico nell’annunciare un linguaggio “nuovo”, che porti in sé i segni di una necessaria mutazione dalla condizione che era a quella che sarà, – testimoniata nel presente, nella contemporaneità.
Il valore dell’Arte consiste cioè nel manifestare e rivelare evoluzione, di per sé naturalmente sovversiva.
Quando un artista è attraversato da un’idea “nuova”, nel consegnarla al mondo percepisce la perdita di una parte di sé: vivrà monco di quel pensiero che, nel momento stesso in cui prende forma, non gli appartiene più, divenendo il presupposto di un linguaggio “nuovo” nei termini più sopra descritti, di valore universale. In questo senso diviene “strumento dell’Arte”: l’amputazione che subisce è condizione necessaria perché possa essere riconosciuto come un vero artista.
Il pensiero perduto nell’opera è ragione per cui possa specchiarsi e riconoscersi in essa, inseguendolo in una nostalgica ripetizione. Difficilmente, perciò, un artista potrà dare origine a più di una “mutazione” – un linguaggio “nuovo” – nel corso della sua vita (si pensi a Picasso, Duchamp, Pollock, Wahrol, Fontana…). Non c’è una seconda volta. La ricerca disperata di una seconda possibilità rischia di condurre l’artista al suicidio. Come scriveva Quasimodo:
“Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”

24
Feb
13

LA MORTE DEL GESTO CREATIVO – parte terza

big_012 Nel mio lavoro si presuppone che l’Artista abdichi alla sua funzione, in primo luogo consegnando alla Luce la pulsione creativa, rivelata per Mezzo del sacrificio necessario, che annulla il gesto vero nel sistema digitale. Da tale trasformazione e dal simulacro dell’immagine riapparsa in pixel, nutrito e conformato dallo stesso sistema, emana il Contenuto ineludibile dell’Opera, la cui essenza estetica si disincarna e in certo qual modo si “reincarna”, ovvero si realizza, nella tecnologia digitale.
Se il Fine dell’Opera d’Arte è coniugare l’ideale con il reale, ovvero il pensiero con la materia, ciò trova una congiunzione paradossale, ma perfetta, nello stesso sistema virtuale.
Non solo. Mezzo, Contenuto e Fine sgorgano dalla stessa matrice tecnologica, assumono la stessa forma nel codice binario, rivelandosi in piena corrispondenza. Nessuno di questi elementi prevale sull’altro.
Vorrei sostenere che l’Opera, collocandosi all’esterno e all’interno dell’estetica dell’Arte, pur valendosi di un supporto tecnologico potenzialmente standardizzante, si riappropria così dell’aura di unicità “persa nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (W. Benjamin).
Tornando brevemente alla tecnica con cui lavoro, l’immagine ottenuta attraverso il procedimento a passaggi successivi accennato nel precedente articolo, con il ruolo determinante della Luce, verrà trasposta su una pellicola trasparente, ancora una volta per mezzo di uno strumento digitale (stampante a getto d’inchiostro).
Questa operazione (così come è avvenuto per la Luce) sarà praticata non da me-artista, ma da un tecnico che nulla ha a che fare con il senso dell’Arte, che contribuisce a sostenere la realizzazione dell’Opera senza esserne autore.
Testimone del mio tempo, dichiaro con ciò una ulteriore mia assenza come artista nell’Opera, a conferma definitiva del senso di rinuncia insito, alla luce delle mie precedenti riflessioni, nel concetto portante del significato dell’Arte oggi, ovvero “le Morte del Gesto Creativo”.
In questi lavori si sta partecipando alla relazione tra pittura e stampa, tra pittura e mass media, relazione già frequentata, per esempio, da Rauschemberg e Warhol con la tecnica serigrafica.
Con l’avvento dei media digitali questa relazione è entrata in una nuova fase e ha assunto un look diverso, nuovo, che nutre una nuova estetica: come sostiene Robert Storr (*), uno dei più accreditati e famosi critici d’arte contemporanei, si tratta di “una innovazione liberatoria, che trasforma i limiti e i difetti della tecnica digitale in pregi capaci di evidenziare le intenzioni essenziali dell’opera. Stampanti a getto d’inchiostro per produrre vere opere d’Arte e non per riprodurre immagini. Per gli esponenti ingrigiti delle avanguardie che hanno atteso con impazienza la morte della pittura (e con essa, la morte del gesto creativo, n.d.r. G.Z.), per i conservatori che hanno temuto questa eventualità e hanno, di conseguenza, odiato i media emergenti, è una pessima notizia!”
Per concludere, una citazione da Boudrillard: “L’arte contemporanea ha finito il suo ciclo e dovrà ricominciare da qualche parte, ma non si sa da dove”. A dirlo non è un difensore del classico né un apocalittico convinto che il male assoluto risieda nel presente, bensì Francesco Bonami, il più celebre tra i curatori italiani che dopo aver diretto biennali in tutto il mondo e scritto acuti pamphlet, pare arrendersi all’evidenza che davvero l’arte di oggi sia portatrice di nonsense e che stia miracolosamente in piedi perché un ristretto giro di addetti ai lavori ha deciso così. (**)
Mi auguro, con il mio lavoro, di contribuire all’auspicato Nuovo Inizio.

(*) si veda l’articolo di Robert Storr pubblicato il 24/10/2012 sul Corriere della Sera, pagina 32
(**) http://www.ilgiornale.it/news/cultura/baudrillard-e-funerale-dellarte-contemporanea-894417.html

24
Feb
13

LA TENTAZIONE. DIO O D’IO? IL DECLINO DELLA FEDE

big_115All’indomani dell’abdicare del papa si assiste a uno sforzo globale per sostenere il suo gesto e non rimanerne delusi. Tutte le voci a lui intorno, cardinali e non, sono pronte e prodighe di giustificazioni, ricorrendo alle più diverse letture della Bibbia, e nello specifico dei Vangeli, trovando in alcune di esse addirittura una conferma (si vedano le più importanti testate).
Giustificazioni al suo gesto arbitrario, che concorrono a descrivere un uomo semplice, immerso nella fede e umile. Il confine tra umiltà e superbia è, in realtà, impercettibile, ma qui se ne intuisce il pur esile spessore, un velato muro di cinta di cui non si vede il perimetro, a distinguere quest’ultima.
Tanto più si giustificano i potenti, quanto più è chiara una loro inesorabile colpa, giusto per poterseli imbonire e mantenere intatto l’alveo in cui il loro potere ci sostiene.
E’ evidente che non possiamo conoscere quello che è passato nella mente di papa Ratzinger, ciò che realmente l’ha condotto a questa scelta.
Al di là del fatto che possa essere stato sollecitato, ho la sensazione che, alla luce dei suoi fallimenti, dichiarando le sue incapacità e abusando, dopo le dimissioni, di entrambe le cose, vada esprimendo la necessità di manifestare un potere che fa capo a una dimensione ieratica, prima offuscata dai risultati discutibili delle sue azioni, frutto di ostinazioni e rigidità classiche di chi non vede al di là del proprio regno.
Per Ratzinger la teologia non pare essere un metodo di assunzione e insegnamento della “lectio divina”, ma un rifugio dall’alto del quale esercitare potere criptico (fino ai prodromi della tirannia): una sorta di identificazione con Dio, che trova la sua massima espressione nel nascondimento, nella non visibilità. Dichiara infatti che vivrà nascosto. Sa che non sarà ricordato per il suo pontificato, perciò quale scelta migliore per sopperire al calvario mancato (egregiamente incarnato dal suo predecessore), se non compiere un gesto unico, potentissimo, elevatissima espressione di potere, che scuota il mondo intero in tutti i suoi apparati?
Una scelta – dice – “meditata di fronte a Dio.”
Mi permetto di pensare, se tutto è disegnato e designato da Dio, nulla può essere meditato, che possa mettere in discussione la Sua volontà, a meno che non prenda la forma della sovversione.
Ma se così fosse, Dio avrebbe eletto il suo vicario affinché gli si opponesse? Quale oscura finalità della voce divina, quale contorta manifestazione del libero arbitrio!
B-XVI, all’Angelus, invita i fedeli a non usare Dio per avere il potere… ma se proprio lui, Ratzinger, lo ha appena fatto!
E ancora, “vogliamo inseguire l’io o Dio?” Ma come, ha appena dato luogo a una delle massime espressioni che l’Io può svolgere e manifestare, usando il proprio pensiero cosciente e razionale, talmente razionale che ha scritto e letto il commiato in latino! (Non credo che Dio, ammesso che abbia risposto alle sue riflessioni, lo abbia fatto in latino…)
Raccomanda di non scadere nell’egoismo, quando il suo ultimo gesto può leggersi come una grande manifestazione di individualismo (ovvero di egoismo), che accuratamente cela, poiché, dopo le sue dimissioni, da quanto ho letto, non ha espresso una sola parola di sostegno e conforto alle genti tutte, credenti o no, che dalla sua scelta arbitraria hanno tratto solo confusione, interrogativi e paure.
Piuttosto supplica di pregare per lui!
Alla luce di tutto questo non credo di sbagliarmi nell’affermare che la sua scelta è colta nel vulnus della superbia, piuttosto che dell’umiltà.
Il papa condanna i media, quando la sua è un’azione rivolta ai media, per i media e con i media (estrema contraddizione). Il suo gesto è intriso di protagonismo, un buon modo di vedere che cosa può accadere durante la propria morte (“virtuale”, da papa) e controllare chi sarà il successore, dall’alto del suo potere terreno e dal nascondimento. Dio c’entra poco, mi sembra.
E’ il primo papa che, prendendosi “dopo le dimissioni un mese di preavviso” (come un qualunque funzionario), in qualche modo può assistere al suo funerale e dire: “Sono la fine del vecchio e l’inizio del nuovo”. In queste parole, a mio avviso, si intravvede l’identificazione con Cristo, anche se ciò che appare come il suo sacrificio viene perpetrato per salvare, in questo caso, la Chiesa (come istituzione), per necessità, e non l’uomo, assistendo personalmente, da dietro le quinte, a questo salvataggio.
Scelta tanto più verosimile, in quanto voluta nel periodo pasquale. A Pasqua lo vedremo (e lui si vedrà) risorgere in un altro papa.
Secondo i Vangeli, Cristo sulla croce disse: “Padre mio, perché mi hai abbandonato?”
Forse questo Papa dovrebbe chiedersi: “Dio mio, perché ti ho abbandonato?”
“Ognuno” afferma B-XVI “è libero di contraddirmi.”
E poi solo silenzio.

24
Feb
13

EUTANASIA DI UN DOGMA

slogature11sLe dimissioni di B-XVI mi danno l’occasione per fare alcune considerazioni sul suo libro “L’infanzia di Gesù” (l’ho letto in quanto mi è stato regalato, non lo avrei sicuramente comprato…)
Mi sembra di poter dire che il Nostro lo ha scritto nelle vesti di teologo, professore/catechista. E’ vero che in qualche modo il testo è accessibile a tutti, ma è anche vero che in quel testo la figura del Cristo non viene tradotta (da “tradere”/tradire) alle semplici persone fra le persone semplici, ma si esige che siano le persone, semplici e non, quindi le genti, a dover comprendere e accettare un Cristo che viene imposto. Non si percepisce l’eventuale umanità di Cristo, o di un Cristo, ma ne traspare “l’esigenza prima” di imporre la figura del Cristo, unicamente nella sua emanazione divina.
La narrazione, relativa all’infanzia (ovvero alla primissima infanzia!) di Gesù, dalla nascita alla fuga in Egitto di Maria e Giuseppe, soverchiata dall’intento teologico, è priva di qualsiasi afflato ludico, unica condizione che potrebbe rendere percepibile il Sacro, il Puro e il Vero contemporaneamente.
Il Papa non sta qui “pontificando”, nel senso di costruire ponti a unire il Sacro con l’Umano, ma allontana, obbligando l’uomo a calarsi in un senso di pochezza e inutilità (di stampo medievale?)
Nulla ha a che fare con l’umiltà, ma con la presunzione di un atto fondamentalista (per non dire “integralista”: ti dico cosa pensare e fare, unica via per assolverti – e sentirsi assolti dalle responsabilità delle proprie azioni). Domanda: la Chiesa è fatta per servire o per asservire?
Ciò che noi chiamiamo “fede” è tale anche perché può essere pensata e decisa (e non escludo che quel pensiero faccia comodo a molti…)
A proposito delle dimissioni del Papa, dico, a questo punto, la mia. Credo che siano dimissioni “impure”. Temo che non siano frutto di una scelta libera, ma in qualche modo “delicatamente imposta” (mobbing?) dagli uomini di potere e governo del Vaticano, ma questo influisce poco, perché il risultato non cambia.
In ogni caso, il Papa si dimette, o meglio abdica, per lasciare un trono vuoto.
Abdica alla volontà del Dio di cui è vicario per lasciare il posto a un nuovo Re che sappia riconoscere la potenza di un nuovo Dio che incombe e che già ha fatto più proseliti negli ultimi anni che il Cristianesimo in 2000: è il dio della Tecnologia, della Virtualità, della Contemporaneità.
Abdica sotto il peso dei fallimenti. Discorso di Ratisbona. Scandalo pedofilia (anche quando era cardinale). Negazione dei profilattici. Scandalo Ior. Vatileaks, corvi compresi. Il tema dell’omosessualità, che costituirebbe secondo lui una ferita alla pace (penso, per inciso, che questa dichiarazione sia non una ferita alla pace, ma una rottura della pace prossima a una dichiarazione di guerra).
Abdica sotto l’oppressiva inerzia del pontificato del suo beato predecessore GP-II. Si percepisce una sottile ma incessante invidia nei suoi confronti, per il suo carisma, la sua dimestichezza con i media, la sua capacità di soffrire e di consegnare il suo calvario come elemento di unione tra la chiesa e gli uomini.
Si è percepito a mio avviso un’altrettanto sottile invidia nei confronti della forza consolatrice del cardinal Martini, che da lontano con i suoi testi è stato in grado di comunicare con umiltà il valore dell’esistenza dell’uomo come espressione di naturale sacralità, prima ancora che di necessità divina.
E’ un Papa che schiva e si difende, incapace di leggere i bisogni della chiesa e degli uomini, incapace di portare la croce, anche se lì rimane inchiodato (altro che andare in pensione…)
Abdica, si dice, con lucidità, modestia e responsabilità: una responsabilità che stabilisce il potere degli uomini sul volere di Dio. E’un cambio di paradigma di portata epocale.
Il teologo per eccellenza, con questo gesto, rinnega e sovverte tutto il pensiero che ha retto il suo pontificato. E’ una rinuncia (forzata) che implica l’idea di fallimento del proposito teologico.
La teo-ria divina si cristallizza in un precipitato inerte immerso nel liquido della de-sacralizzazione.
Ritengo che questo abdicare possa essere strategico a un diverso e nuovo accesso della struttura ecclesiale entro i canoni della modernità.
In ogni caso si vuole dipingere il gesto come un segno di grande responsabilità per vedere rinnovata la gerarchia delle “cose,” oltre che della chiesa. E’ possibile, ma è pure riconoscibile come un intento involontario, all’interno di una rinuncia che può vedersi esercitata non come espressione di umiltà, ma come un fortissimo atto di potere a dimostrare, tra le parole in latino che vorrebbero spiegare motivazioni geriatriche, che chi decide è sempre il papa.
Al punto che la finitudine del suo tempo è decisa dall’uomo. E non dal suo dio.
Eutanasia di un dogma.

15
Feb
13

LA MORTE DEL GESTO CREATIVO – parte seconda

imagesCA18W30ECol mio pensiero d’artista intendo sostenere la necessità della morte del gesto creativo.

Con il mio lavoro intendo condurre l’atto creativo al sacrificio necessario affinché il senso dell’Arte e la sua sacralità vengano di nuovo rivelate, in un sacro senza dio, senza le briglie del divino.

Un sacrificio “laico” (che si ponga, cioè, agli antipodi di una mentalità clericale), ma al contempo dischiuso a una trasversalità che non simuli interessi sociali o religiosi, ma comprenda le ragioni più intime e profonde (ciò che qui intendo per “sacro”), atte a rivelare la condizione che l’Uomo, e di conseguenza l’Arte, oggi vivono
In questo contemporaneo, a mio avviso, gli artisti non sanno riconoscere e proporre un vero dato trasgressivo utile a intravvedere un’ulteriore evoluzione dell’Arte. Piuttosto ne profanano il corpo, confondendo la provocazione con la trasgressione, perdendo di vista il fine dell’opera d’arte: produrre l’accostarsi all’invisibile compenetrandosene per renderlo visibile, attraverso una perversione che assuma e incarni il potere della sovversione, rivelandosi in un nuovo linguaggio.
E’ in questo senso che ritengo necessario il sacrificio a cui il gesto deve soccombere per sublimarsi nella catarsi della trasformazione, della reincarnazione e divenire linguaggio nuovo, consegnando un messaggio potente, violento, inconfondibile, ma salvifico all’idea di mutazione, collocandosi nel suo centro e divenendone artefice.

Nel mio lavoro (di pittore) quel sacrificio si compie nel momento in cui l’opera realizzata “in carne e ossa,” ovvero in colore e supporto, rinuncia a se stessa nella sua forma naturale per essere consegnata all’inesorabile voracità del mostro tecnologico.
C’è un istante in cui uno scatto fotografico digitale si appropria dell’incipit creativo.
Il gesto che ha procurato il farsi dell’opera nel suo colore, nella sua materia tattile e visiva, cede e si vanifica in favore di uno strumento tecnologico che scompone e ricompone la stessa immagine in milioni di pixel, svuotata di quello spessore nervoso e globulare di cui solo un gesto fisico e carnale può disporre.
Un’opera fagocitata dalla bulimia tecnologica, si offre al mondo nel corpo anoressico di un codice binario. Ogni gesto, e con esso ogni pensiero creativo, viene appiattito contro le pareti gelide del sistema. Ogni colore viene riconosciuto e riconsegnato nella sua versione asettica, privato di ogni possibilità di elevazione ascetica.
In questo atto sacrificale l’intenzione creativa definitivamente muore e trascina con sé l’artista, il quale rinuncia al suo potere interpretativo e lo affida, nel caso mio, alla forza della luce. Questa, con le sue lame, dall’Oltre attraversa l’immagine iniziale (“prima”), deflagra e smonta ogni parametro conosciuto. Restituisce qualcosa di inaspettato, di impensato, unico e nuovo nell’esatto momento in cui accade, catturato dal digitale (macchina fotografica), svuotato del suo essere materia e riapparso in un simulacro digitale, scagliato contro l’infinito dove l’Arte abita.
La luce diventa il vero artefice dell’Opera, il vero artista.
Ogni regola naturale salta, il dogma si smonta, ogni certezza viene sgretolata e diffusa in una sensazione ibrida quasi chimerica. Non è opera dipinta, non è acclamazione virtuale. Qui gli estremi si toccano, convivono – il Bene e il Male, Ombra e Luce.
E’ il momento in cui il visibile si spoglia dei connotati della mera immagine per divenire Opera d’Arte, fondando il proprio valore profetico sui canoni etici ed esistenziali della Rinuncia, del Sacrificio, della Morte e della Trasformazione.
L’Arte potrà così riannunciarsi avvertendo del destino della condizione umana, rivelando, e ponendosi al cuore della mutazione in atto.

03
Feb
13

LA MORTE DEL GESTO CREATIVO – parte prima

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George Steiner, il famoso filosofo e critico letterario del novecento, offre un'impietosa e lucidissima diagnosi delle malattie che stanno privando la parola di forza e legittimità e s'interroga sul futuro del linguaggio e dell'umano. Perché, argomenta Steiner, “il linguaggio è il mistero che definisce l'uomo, in esso l'identità e la presenza storica dell'uomo si esplicano in maniera unica. È il linguaggio che separa l'uomo dai codici segnaletici deterministici, dalle disarticolazioni, dai silenzi che abitano la maggior parte dell'essere. Se il silenzio dovesse tornare di nuovo in una civiltà in rovina, sarebbe un silenzio duplice, forte e disperato per il ricordo della Parola”.
Nell’epoca che stiamo vivendo, è l’immagine a distruggere la cultura occidentale, sostituendosi via via all’uso delle parole nell’intento comunicativo. La lingua è divorata dal minimalismo ossessivo dei codici digitali.
A un flusso inarrestabile di fugaci immagini digitali/virtuali sembra oggi affidato il compito di plasmare e garantire l’identità delle culture: questo processo inesorabile, conseguenza di una mutazione tecnologica totalitaria già in corso, ne sta disseccando le radici, sgretolandone progressivamente la struttura portante prima consegnata alla forza creativa e costruttiva del linguaggio, – determinando il realizzarsi di distanze incolmabili tra l’anima e le parole, tra l’uomo e la sua terra.
Inevitabile è dunque assistere a crisi violente che rischiano di fagocitare le nostre civiltà, crisi che già stanno risucchiando nel loro vortice di superficie anche il senso trasformativo e comunicativo dell’Arte, svuotando del suo valore profetico l’opera degli artisti figurativi contemporanei.
Alcuni di loro, aderendo in pieno al progetto digitale, elaborano immagini e animazioni mediante i linguaggi macchina e funzioni matematiche interpretate da un programma, più vicini a un'“ingegneria estetica” e al design che all'espressione artistica (si può citare, già negli anni ’70, Benoit Mandelbrot, inventore del software per realizzare la geometria “frattale”, necessaria per rappresentare la natura, costituita da una struttura caotica non rappresentabile con la geometria euclidea).
Come scrive Franco Zeri (*), l'operare artistico con i mezzi digitali, oltre che di tipo “progettuale”, vicino al design e all’estetica della comunicazione, può essere “concettuale”, ovvero vicino a sistemi di comunicazione complessi e multi direzionali (ripensandoci, è stato proprio l’aspetto concettuale ad attrarmi, sin dal 2000, verso una tecnologia di cui percepivo più i rischi delle potenzialità).
Altri artisti che non aderiscono al progetto digitale, si limitano a produrre cloni del “già fatto” o si riducono, consapevolmente, a praticare profanazioni dissacrazioni degenerazioni, – mere operazioni di marketing, – disperati e disorientati, alla ricerca di un nuovo senza inizio, producendo opere prive di verità, dando solo definizioni diverse allo stesso gesto inutile, dalle arterie scevre di conoscenza, un gesto a vuoto, senza impulso, partorito da un’immaginazione annichilita, suo malgrado, dall’inflazione digitale.
In realtà, questa non è la tragedia di un artista piuttosto che di un altro, ma di tutta l’Arte (e con essa, dell’Uomo).
Il pensiero di Adorno era occupato dall'ossessione e dal pessimismo per il mondo mercificato della tecnica; in "La filosofia della musica moderna" egli aveva preconizzato un destino tragico di morte dell'Arte o attraverso l'omologazione alla produzione tecnica o attraverso l'incomprensibilità del linguaggio privato. Ciò che viene negato nel futuro dell'Arte è sia la possibilità dell'emergere di una comprensibilità non omologata, sia una rivoluzione comprensibile (**).
D'altronde, constatiamo che l’arte crea le sue forme e le modifica quando in esse non riesce più a esprimersi. Ogni mutamento non è però solo un segnale di fuga dall’omologato: contestualmente al mutamento, emerge un messaggio di invito all’attenzione il cui scopo è metterci sull’avviso o gridarci che, almeno nelle intenzioni dell’artista, si è in presenza di vera arte e non di quel comporre pittorico, musicale ecc. delle cui forme si sono ormai impadroniti, a fini ludici e economici, il pubblicitario o il compositore di musica da ballo (***).

Alla luce di quanto sopra, viene da porsi, ancora una volta, la domanda: “Che cos’è un’opera d’Arte? Che cosa oggi la caratterizza?”
Un opera d’arte, oggi, può definirsi tale, e comunicativa, a mio avviso, solo quando vede nascere la propria essenza sulla morte del gesto creativo, ovvero dell’Arte stessa, che su questo destino funebre dovrà ri-fondare i propri canoni estetici.
Accettando questa ultimazione e assistendo a questo “funerale” si realizzerà, in una catarsi, che MEZZO, CONTENUTO E FINE dell’opera d’arte sgorgano finalmente dalla stessa matrice intima, assumendo la stessa forma.
Approfondirò questo concetto, alla base del mio attuale lavoro, in un prossimo scritto.

(*) http://www.francozeri.it, Arte Digitale
(**) citazione da Ezio Saia, Contesto di comprensione:rivoluzione delle Avanguardie e urto spaesante, in http://www.criticaimpura.wordpress.com
(***) citazione da Ezio Saia, Contesto di comprensione: razionalità e comunicabilità nelle opere narrative, artistiche e musicali, in http://www.criticaimpura.wordpress.com

02
Feb
13

L’artista in cucina

Ziveri Giuliano a Dortmund

Nella terra di confine tra Arte e Filosofia esiste un rifugio caldo e accogliente, in cui temporaneamente si conciliano gioco dei sensi e pensiero.
Si tratta della Cucina, a cui pure amo dedicare buona parte del mio tempo.
Alle riflessioni sul significato dell’Arte oggi e del mio lavoro in particolare, alle immagini delle mie opere, alternerò dunque interludi… allettanti al palato, anch’essi scaturiti da intuizioni e ispirazioni del momento. Ovvero, ricette di mia invenzione.
Se il rapporto tra Arte e Cucina è più immediato (il gioco dei sensi), quello tra pensiero e cibo, ovvero tra Filosofia e Cucina, potrebbe sembrare al primo impatto più lasso e sfuggente. Non è così.
Scrive Andrea Tagliapietra in “La gola del filosofo” (*):
“La cucina è un ‘sistema chiuso’, dotato di rituali e regole precise, che vanno rispettate, oppure violate, ma solo dopo esser state ben apprese (**). Queste regole e questi rituali si chiamano ricette. Le ricette sono, in cucina, ciò che per Platone, in filosofia, erano le idee, ossia modelli intellettuali, dotati di una loro forma e di una loro conoscibilità specifica. Mediante le ricette i piatti acquistano l’universalità dell’originale: sono, cioè, identificabili e riproducibili. Guardando alle ricette così come il demiurgo guarda alle idee, il cuoco può sfornare un’illimitata teoria di copie alimentari, assicurando una stabilità e una riconoscibilità dei piatti e delle portate. Fra gli appunti di Kant che precedono la stesura della ‘Critica della ragion pura’ ve n’è uno che afferma che ‘nel gusto ognuno di noi ha il modello o l’idea originale in testa’.
Ma il fondamento che cucina e filosofia hanno in comune, sin dalla più antica metafisica greca, è quello che la totalità di qualcosa non coincide con l’enumerazione delle parti che la compongono. Così come il risultato di un piatto, per esempio un timballo o un soufflé, è superiore alla semplice addizione dei suoi ingredienti, anche il tutto è superiore alla mera somma delle parti.
Se i manuali di storia della filosofia ci presentano il primo grande dilemma del pensiero occidentale consumarsi intorno al problema dell’uno e del molteplice, con la tenzone fra i cuochi-filosofi di scuola eleatica, come Parmenide, o di scuola ionica, come Eraclito, sulla questione non esiterà a schierarsi neppure la cucina comune. Ci sono, infatti, piatti pluralisti per antonomasia, come, per fare un esempio, la macedonia di frutta, la paella, il cous-cous o una buona insalata mista, mentre nella trippa, nella cassoeula, nel passato di verdura, nelle tortillas o nella frittata di cipolle, gli elementi del molteplice si fondono gli uni con gli altri, mescolando sapori ed odori in unica ed armonica sintesi. Inutile dire che in cucina come in filosofia l’Occidente ha sempre preferito la soluzione monista e la culinaria magnifica l’assimilazione, piuttosto che la separazione.”

(*) http://www.giornalediconfine.net
(**) Francesca Rigotti, “La filosofia in cucina. Piccola critica della ragion culinaria”