Posts Tagged ‘arte

18
Mar
13

Sarò alla 55a Biennale di Venezia!

big_115Sono fra gli artisti invitati a esporre nella 55° Biennale di Venezia, nel settore delle Nazioni!

Nel corso di tale importantissima manifestazione il M.A.C.I.A., Museo d’Arte Contemporanea Italiana in America, organizzerà un’esposizione d’arte contemporanea a Palazzo Merati d’Audiffret de Greoux, palazzo del circuito storico veneziano, ove visse per anni Giacomo Casanova e dove a lungo ha abitato Nietzsche.
La mostra intitolata “Sinfonia dei colori” sarà inaugurata il 1 giugno 2013 e si protrarrà sino a fine luglio.
Ho conosciuto il Direttore e Curatore del Museo e della Mostra, Gregorio Rossi, storico dell’Arte e persona squisita, nel consegnargli personalmente il mio pezzo per l’esposizione: mi ha confermato che sarà un momento di ritrovo e di avvicinamento all’arte, non soltanto dipinti, fotografia e scultura, ma anche musica e letteratura. Un salotto-culturale trasversale per lo scambio di opinioni su argomenti letterari, artistici, filosofici, storici con persone interessate e orientate alla curiosità, all’apprendimento e al dibattito.

Così Gregorio Rossi si esprime in merito al suo M.A.C.I.A.
“Quando venne progettata l’idea di un Museo di Arte Contemporanea Italiana all’estero, si decise per la Repubblica di Costa Rica come sede più idonea, in quanto Nazione che ha abolito dal 1947 l’esercito e che ha sempre avuto una popolazione pacifica, rispettata dagli imperi sanguinari che la circondavano: tutto questo nel convincimento che l’Arte sia un linguaggio universale fin dalla notte dei tempi e che le tradizioni di tutti i popoli ricordino un’età dell’oro, quando l’idioma era comune e le guerre sconosciute. Inoltre l’amicizia tra Italia e Costa Rica è datata da più di cinquecento anni, cioè da quando vi sbarcò Cristoforo Colombo, incontrandovi una popolazione ospitale.
I prestigiosi locali della Cancelleria dell’Ambasciata Italiana vennero appositamente restaurati per ospitare il Museo; l’Italia ha un patrimonio culturale lasciato in dote dalla storia, però gli artisti continuano a operare ancora oggi, tanto che l’arricchimento del nucleo iniziale della collezione è divenuto così ingente da far prevedere l’apertura di una seconda sede. Questa nuova idea, così come tutto l’iter precedente, è fortemente supportata dalla fattiva collaborazione dell’Ambasciata della Repubblica di Costa Rica a Roma, che ha sempre creduto nella bontà del progetto, sostenendolo in maniera fondamentale, favorendo i rapporti con gli organi ufficiali della propria Nazione ed essendo tramite con l’Istituto Italo-Latino Americano che anche autonomamente continua a fornire il proprio appoggio ed è l’importante patrocinatore.
Una coincidenza significativa ha fatto sì che l’attuale Presidente della Repubblica, Oscar Arias Sanchez, sia anche un Nobel per la Pace, ad ulteriore suggello di quello che è l’intendimento primario di questo Museo. Il Signor Presidente, durante una sua visita culturale in Italia, ha dichiarato il suo appoggio all’iniziativa, che poi si è formalizzato nel corso degli incontri da me avuti al Ministero della Cultura e al Ministero degli Affari Esteri di Costa Rica ed in seguito con una missiva dall’Ufficio degli Affari Esteri della Presidenza della Repubblica. Incoraggiati e spronati, ci si sta quindi incamminando alla realizzazione di una seconda sede su territorio costaricense, onorati ospiti di una struttura museale che viene identificata a San Josè, già pronti con un importante nucleo di opere che anche se di artisti italiani, proprio grazie alla loro collocazione, diventeranno patrimonio universale.”

Fra gli artisti con cui avrò l’onore di esporre, c’è Franco Battiato che con la sua arte pittorica e il suo linguaggio musicale porta avanti un messaggio di pace e di uguaglianza analogo a quello intrapreso dal M.A.C.I.A.

Alla luce di tutto ciò, oltre che per lo spessore della manifestazione, non nego di essere entusiasta di partecipare!

11
Mar
13

NON C’E’ UNA SECONDA OPPORTUNITA’, PER L’ARTISTA…

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“Quel che chiamiamo progresso nel senso stretto del termine, non agisce obbligatoriamente nel campo dell’Arte. Se le assegniamo un posto, ci assumiamo il rischio di impoverirla, mentre l’Arte deve essere sovversiva. L’Arte deve essere nocività (*).”
Prendo spunto da queste affermazioni di Anselm Kiefer, uno tra i più grandi artisti contemporanei viventi, per introdurre il mio pensiero.
Fermo restando che non si può assegnare un posto all’Arte, se non a rischio di impoverirla, si può (e si deve) assegnarlo invece a coloro che fanno arte. La questione non è, a mio avviso, se e come l’Arte sopravvivrà alle sue rovine, ma se e come l’artista riuscirà a non condurre se stesso alla rovina: in quanto “strumento” dell’Arte, non è lui a stabilire se essa morirà oppure no e non sarà neppure in grado di trascinarla alla rovina. Rischia piuttosto di trascinarvi se stesso, nell’incapacità di percepirne il senso.
Il senso dell’Arte ha come presupposto la partecipazione alla contemporaneità, oltre che la sua testimonianza: sinonimo di progresso, ciò non esclude a priori sovversione e nocività.
Come scriveva Antonin Artaud, “l’arte ha il dovere sociale di dare sfogo alle angosce della propria epoca. Un’artista che non ha accolto nel fondo del suo cuore il cuore della propria epoca, l’artista che ignora d’essere un capro espiatorio, e che il suo dovere è di calamitare, di attirare, di far ricadere su di sé le collere erranti dell’epoca per scaricarla del suo malessere psicologico, non è un artista.”
Kiefer sostiene che l’artista, per riconoscere l’Arte, deve accettarne l’irraggiungibilità –“là dove si trova, non potremo mai raggiungerla (Vangelo secondo Giovanni, cap.VII)”, ma ciò non implica necessariamente il rinnegamento della propria posizione all’interno della contemporaneità.
Sposterei dunque l’attenzione dall’Arte all’artista, che è suo strumento, piuttosto che colui-che-decide-di-fare-arte: l’Arte è superiore all’artista, che a Essa dovrebbe cedere, piuttosto che a una logica di mercato (com’è, per esempio, il caso di moda e design).
Evidentemente consapevole del ruolo secondario dell’artista rispetto all’Arte, Kiefer affida le proprie opere all’azione di elementi naturali (la corrosione dell’acqua, la dissoluzione nella terra…), affinché completino il suo lavoro con un imprevedibile valore aggiunto a quanto lui ha già fatto.
Il mio punto di vista si spinge oltre una tale impostazione di stampo materialistico: la rinuncia da parte dell’artista nel superamento del suo ruolo, è possibile anche attraverso le tecniche e gli strumenti che la contemporaneità offre. Ci si può sentire progressisti senza per questo venire meno alla sovversione e alla trasgressività indispensabili perché le nuove forme espressive, ovvero i linguaggi nuovi, siano considerati realmente tali.
L’odierno linguaggio espressivo di Kiefer, pur interessante e significativo, non ha in sé le caratteristiche del nuovo. Se si vuole assistere, come lui stesso afferma, all’uccisione dell’Arte e alla sua rinascita, non mi pare sufficiente, nemmeno in senso metaforico, “riesumare opere dalla terra.”
L’Arte può definirsi tale quando assume in sé ed emana valore profetico nell’annunciare un linguaggio “nuovo”, che porti in sé i segni di una necessaria mutazione dalla condizione che era a quella che sarà, – testimoniata nel presente, nella contemporaneità.
Il valore dell’Arte consiste cioè nel manifestare e rivelare evoluzione, di per sé naturalmente sovversiva.
Quando un artista è attraversato da un’idea “nuova”, nel consegnarla al mondo percepisce la perdita di una parte di sé: vivrà monco di quel pensiero che, nel momento stesso in cui prende forma, non gli appartiene più, divenendo il presupposto di un linguaggio “nuovo” nei termini più sopra descritti, di valore universale. In questo senso diviene “strumento dell’Arte”: l’amputazione che subisce è condizione necessaria perché possa essere riconosciuto come un vero artista.
Il pensiero perduto nell’opera è ragione per cui possa specchiarsi e riconoscersi in essa, inseguendolo in una nostalgica ripetizione. Difficilmente, perciò, un artista potrà dare origine a più di una “mutazione” – un linguaggio “nuovo” – nel corso della sua vita (si pensi a Picasso, Duchamp, Pollock, Wahrol, Fontana…). Non c’è una seconda volta. La ricerca disperata di una seconda possibilità rischia di condurre l’artista al suicidio. Come scriveva Quasimodo:
“Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”

02
Feb
13

L’artista in cucina

Ziveri Giuliano a Dortmund

Nella terra di confine tra Arte e Filosofia esiste un rifugio caldo e accogliente, in cui temporaneamente si conciliano gioco dei sensi e pensiero.
Si tratta della Cucina, a cui pure amo dedicare buona parte del mio tempo.
Alle riflessioni sul significato dell’Arte oggi e del mio lavoro in particolare, alle immagini delle mie opere, alternerò dunque interludi… allettanti al palato, anch’essi scaturiti da intuizioni e ispirazioni del momento. Ovvero, ricette di mia invenzione.
Se il rapporto tra Arte e Cucina è più immediato (il gioco dei sensi), quello tra pensiero e cibo, ovvero tra Filosofia e Cucina, potrebbe sembrare al primo impatto più lasso e sfuggente. Non è così.
Scrive Andrea Tagliapietra in “La gola del filosofo” (*):
“La cucina è un ‘sistema chiuso’, dotato di rituali e regole precise, che vanno rispettate, oppure violate, ma solo dopo esser state ben apprese (**). Queste regole e questi rituali si chiamano ricette. Le ricette sono, in cucina, ciò che per Platone, in filosofia, erano le idee, ossia modelli intellettuali, dotati di una loro forma e di una loro conoscibilità specifica. Mediante le ricette i piatti acquistano l’universalità dell’originale: sono, cioè, identificabili e riproducibili. Guardando alle ricette così come il demiurgo guarda alle idee, il cuoco può sfornare un’illimitata teoria di copie alimentari, assicurando una stabilità e una riconoscibilità dei piatti e delle portate. Fra gli appunti di Kant che precedono la stesura della ‘Critica della ragion pura’ ve n’è uno che afferma che ‘nel gusto ognuno di noi ha il modello o l’idea originale in testa’.
Ma il fondamento che cucina e filosofia hanno in comune, sin dalla più antica metafisica greca, è quello che la totalità di qualcosa non coincide con l’enumerazione delle parti che la compongono. Così come il risultato di un piatto, per esempio un timballo o un soufflé, è superiore alla semplice addizione dei suoi ingredienti, anche il tutto è superiore alla mera somma delle parti.
Se i manuali di storia della filosofia ci presentano il primo grande dilemma del pensiero occidentale consumarsi intorno al problema dell’uno e del molteplice, con la tenzone fra i cuochi-filosofi di scuola eleatica, come Parmenide, o di scuola ionica, come Eraclito, sulla questione non esiterà a schierarsi neppure la cucina comune. Ci sono, infatti, piatti pluralisti per antonomasia, come, per fare un esempio, la macedonia di frutta, la paella, il cous-cous o una buona insalata mista, mentre nella trippa, nella cassoeula, nel passato di verdura, nelle tortillas o nella frittata di cipolle, gli elementi del molteplice si fondono gli uni con gli altri, mescolando sapori ed odori in unica ed armonica sintesi. Inutile dire che in cucina come in filosofia l’Occidente ha sempre preferito la soluzione monista e la culinaria magnifica l’assimilazione, piuttosto che la separazione.”

(*) http://www.giornalediconfine.net
(**) Francesca Rigotti, “La filosofia in cucina. Piccola critica della ragion culinaria”

28
Jan
13

ANNO 2000: la Svolta

L'Androgino

Il 2000 ha rappresentato anche per me, artista, un anno di svolta. Ma una premessa sulla mia formazione e sui miei trascorsi è necessaria.

Come pittore, fui motivato e stimolato in giovane età dalla conoscenza diretta di Goliardo Padova e del suo lavoro. Crescendo, mi avvicinai a un’altra figura di spessore nell’ambiente dell’arte parmigiana dell’epoca, Giacomo Mossini, dal cui insegnamento appresi e consolidai tanto la padronanza delle tecniche pittoriche che la familiarità con i materiali e i processi fondamentali di quella professione del restauro che mi accompagnò per tutti gli anni Ottanta. Proprio grazie all’attività di restauratore, verso la metà degli anni Ottanta incontrai Carlo Mattioli, già riconosciuto come uno dei grandi maestri dell’arte italiana del ‘900. Stringendo con Mattioli un rapporto che durò fino alla morte del maestro (1994), ebbi modo di costruire con lui una collaborazione di carattere e scambio tecnico in una continuità di ricerca maestro-allievo: posizione primigenia di contestualizzazione del mio lavoro di nell’Arte contemporanea, un’origine ideale dalla quale nel corso di pochi anni scaturirono i miei cicli di opere “Cortecce”, “Relitti”,“Ritratti possibili”, ispirati in misura diversa al concetto di matericità propria di Mattioli. Nel contempo feci esperienze di insegnamento negli Istituti d’Arte di Parma e Piacenza e, nella seconda metà degli anni Novanta, presso la la scuola privata Laura Sanvitale di Parma, interessandomi e intraprendendo parallelamente collaborazioni nell’ambito dell’Arte-terapia. Al termine di questo periodo risalgono le prime elaborazioni del ciclo dei “Paesaggi dell’Io”, opere che mi accompagnarono con successo in frequentazioni ed esposizioni personali a Parigi.

Ed ecco il 2000. E la svolta improvvisa.
Considerandomi doverosamente, come artista, testimone del mio tempo, mi sentii costretto ad abbandonare la tecnica materica che caratterizzava i miei lavori (grandi tele con velature acriliche sovrapposte), per avventurarmi da pioniere nel labirinto dell’innovazione digitale sotto la spinta di un’ispirazione radicale, ribelle a  qualsiasi forma di compromesso. Senza dimenticare le mie origini, impregnate di tempera e pastello nel gesto “classico”, ma prendendo le distanze da esse, voltai pagina: conclusa l’esperienza francese, mi aprii a nuovi orizzonti, correndo il rischio, come ogni precursore degno di questo nome, di essere inizialmente incompreso.
Elaborai una tecnica originale, che in una serie di passaggi dal reale al virtuale, trasmutazioni alchemiche mediate dalla luce, trasforma il Noto nell’Ineffabile, mostrando ciò che si cela e brulica dietro le quinte del “Visibile”. Tecnica che, nel giro di qualche anno, sposterà in altri paesi europei, ma soprattutto in Germania, il mio raggio d’azione e di movimento.

Se all’inizio lavoravo sotto la spinta di un’ispirazione irrazionale, provando al tempo stesso una profonda avversione per la tecnologia digitale, destinata a cambiare in maniera irreversibile la percezione della realtà e del mondo, con il passare del tempo non ho potuto fare a meno di riflettere sul mio lavoro, rielaborandolo con sofferenza e fatica e giungendo recentemente a teorizzare la “Morte del gesto creativo” (di cui in prossimi post), in quella terra di confine che sta tra Arte e Filosofia.