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03
Apr
13

LA MORTE DEL GESTO CREATIVO (versione definitiva integrale)

big_325“Quel che chiamiamo progresso nel senso stretto del termine, non agisce obbligatoriamente nel campo dell’Arte. Se le assegniamo un posto, ci assumiamo il rischio di impoverirla, mentre l’Arte deve essere sovversiva. L’Arte deve essere nocività.”
Prendo spunto da queste considerazioni di Anselm Kiefer (1), uno tra i più grandi artisti contemporanei viventi, per introdurre il mio pensiero.
Fermo restando che non si può assegnare un posto all’Arte, se non a rischio di impoverirla, si può e si deve assegnarlo, invece, a coloro che fanno arte. La questione non è se e come l’Arte sopravvivrà alle sue rovine, ma se e come l’artista riuscirà a non condurre se stesso alla rovina!
Strumento dell’Arte, non può essere infatti l’artista a stabilire se essa morirà oppure no. Non sarà neppure in grado di trascinarla alla rovina. Rischia piuttosto di trascinarvi se stesso, nell’incapacità di percepirne il senso.
Il senso dell’Arte ha come presupposto la partecipazione alla contemporaneità, oltre che la sua testimonianza: sinonimo di progresso, ciò non esclude a priori sovversione e nocività.
Come scriveva Antonin Artaud, genio ribelle e visionario, “l’Arte ha il dovere sociale di dare sfogo alle angosce della propria epoca. Un’artista che non ha accolto nel fondo del suo cuore il cuore della propria epoca, l’artista che ignora d’essere un capro espiatorio, e che il suo dovere è di calamitare, di attirare, di far ricadere su di sé le collere erranti dell’epoca per scaricarla del suo malessere psicologico, non è un artista.”
Kiefer, ibidem, sostiene che l’artista potrà riconoscere l’Arte solo accettandone l’irraggiungibilità – là dove si trova, non potremo mai raggiungerla (Vangelo secondo Giovanni, cap.VII), – ma ciò non implica il rinnegamento della propria posizione all’interno della contemporaneità.
Sposterei dunque l’attenzione dall’Arte all’artista, che deve riconoscersi suo strumento, piuttosto che colui-che-decide-di-fare-arte: l’Arte è superiore all’artista, che a Essa deve cedere, non a una logica di mercato (com’è il caso, per esempio, di moda e design).
Consapevole del ruolo secondario dell’artista, Kiefer affida le proprie opere all’azione di elementi naturali (la corrosione dell’acqua, la dissoluzione nella terra…), affinché completi il suo lavoro con un imprevedibile valore aggiunto.
Il mio punto di vista si spinge oltre una tale impostazione di stampo materialistico: la rinuncia dell’artista, nell’ottica di un superamento del ruolo di artefice, è possibile anche attraverso tecniche e strumenti che la contemporaneità offre. Ci si può sentire progressisti, senza per questo venire meno alla sovversione e alla trasgressività indispensabili perché le nuove forme espressive possano essere considerate linguaggi nuovi.
L’odierno linguaggio espressivo di Kiefer, pur interessante e significativo, non sembra avere in sé le caratteristiche del nuovo. Se si vuole assistere, come lui stesso afferma, all’uccisione dell’Arte e alla sua rinascita, non è sufficiente, nemmeno in senso metaforico, riesumare opere dalla terra.
L’Arte può definirsi tale quando assume in sé ed emana valore profetico nell’annunciare un linguaggio nuovo, che porti in sé i segni di una necessaria mutazione dalla condizione che era a quella che sarà, – testimoniata nel presente, nella contemporaneità. Il valore dell’Arte consiste, cioè, nel manifestare e rivelare evoluzione, di per sé naturalmente sovversiva.
Quando un artista è attraversato da un’idea davvero nuova, nel consegnarla al mondo percepisce la perdita di una parte di sé: vivrà monco di quel pensiero che, nel momento stesso in cui prende forma, non gli appartiene più, essendo divenuto il presupposto di un linguaggio nuovo di valore universale. Ed è in questo senso che diviene strumento dell’Arte: l’amputazione che subisce è condizione necessaria perché possa essere riconosciuto come un vero artista, e il suo pensiero perduto nell’opera è ragione per cui possa specchiarsi e riconoscersi in essa, inseguendolo in una nostalgica ripetizione. Difficilmente, perciò, un artista potrà dare origine a più di una mutazione – a un linguaggio nuovo – nel corso della sua vita (si pensi a Picasso, Duchamp, Pollock, Wahrol, Fontana…). Non c’è una seconda volta. La ricerca disperata di una seconda possibilità rischia di condurre l’artista al suicidio. Come scriveva Quasimodo:
“Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.”

Dopo queste premesse sul senso e sul valore dell’Arte e sul ruolo dell’artista come suo strumento, vorrei sviluppare alcune riflessioni critiche dalla mia esperienza di artista immerso nella contemporaneità. Nel 2000, testimone del mio tempo, abbandonai improvvisamente la tecnica materica che fino ad allora aveva caratterizzato il mio lavoro (sull’onda di Mattioli, di cui posso considerarmi allievo), per avventurarmi da pioniere nel labirinto dell’innovazione digitale, sotto la spinta di un’ispirazione radicale, ribelle a qualsiasi forma di compromesso. L’ambivalenza nei confronti di tale tecnologia, che pure mi sentivo inesorabilmente spinto a utilizzare, mi ha tuttavia costretto a interrogarmi in maniera assillante sul senso del mio lavoro e dell’Arte oggi.
Nell’epoca in cui viviamo, l’immagine sta distruggendo la cultura occidentale, sostituendosi via via all’uso delle parole nell’intento comunicativo. Se la lingua è divorata dal minimalismo ossessivo dei codici digitali, a un flusso inarrestabile di fugaci immagini digitali/virtuali sembra oggi affidato il compito di plasmare e garantire l’identità delle culture: questo processo inesorabile, conseguenza di una mutazione tecnologica totalitaria già in corso, ne sta disseccando le radici, sgretolandone progressivamente la struttura portante prima consegnata alla forza creativa e costruttiva del linguaggio, determinando il realizzarsi di distanze incolmabili tra l’anima e le parole, tra l’uomo e la sua terra.
George Steiner, il famoso filosofo e critico letterario del novecento, offre un’impietosa e lucidissima diagnosi delle malattie che stanno privando la parola di forza e legittimità e s’interroga sul futuro del linguaggio e dell’umano. Perché, argomenta Steiner, “il linguaggio è il mistero che definisce l’uomo, in esso l’identità e la presenza storica dell’uomo si esplicano in maniera unica. È il linguaggio che separa l’uomo dai codici segnaletici deterministici, dalle disarticolazioni, dai silenzi che abitano la maggior parte dell’essere. Se il silenzio dovesse tornare di nuovo in una civiltà in rovina, sarebbe un silenzio duplice, forte e disperato per il ricordo della Parola (2).”
Inevitabile è dunque assistere a crisi violente che rischiano di fagocitare le nostre civiltà, crisi che già stanno risucchiando nel loro vortice di superficie anche il senso trasformativo e comunicativo dell’Arte, svuotando del suo valore profetico l’opera degli artisti contemporanei, con particolare riferimento ai figurativi. Alcuni di loro, aderendo in pieno al progetto digitale, elaborano immagini e animazioni mediante i linguaggi macchina e funzioni matematiche interpretate da un programma, più vicini a un’ingegneria estetica e al design che all’espressione artistica (si può citare, già negli anni ’70, Benoit Mandelbrot, inventore del software per realizzare la geometria frattale, necessaria per rappresentare la natura, costituita da una struttura caotica non rappresentabile con la geometria euclidea).
Come scrive Franco Zeri (3), ”l’operare artistico con i mezzi digitali, oltre che di tipo progettuale, vicino al design e all’estetica della comunicazione, può essere concettuale, ovvero vicino a sistemi di comunicazione complessi e multi direzionali“ (ripensandoci, è stato proprio l’aspetto concettuale ad attrarmi verso una tecnologia di cui percepivo più i rischi delle potenzialità).
Altri artisti che non aderiscono al progetto digitale, si limitano a produrre cloni del già fatto o si riducono, consapevolmente, a praticare profanazioni dissacrazioni degenerazioni, – mere operazioni di marketing, – disperati e disorientati, alla ricerca di un nuovo senza inizio, producendo opere prive di verità, dando solo definizioni diverse allo stesso gesto inutile, dalle arterie scevre di conoscenza, un gesto a vuoto, senza impulso, partorito da un’immaginazione annichilita, suo malgrado, dall’inflazione digitale.
In realtà, questa non è la tragedia di un artista piuttosto che di un altro, ma di tutta l’Arte, e con essa, dell’Uomo.
Il pensiero di Adorno era occupato dall’ossessione e dal pessimismo per il mondo mercificato della tecnica; in ”Filosofia della musica moderna“ (4) egli aveva preconizzato un destino tragico di morte dell’Arte o attraverso l’omologazione alla produzione tecnica o attraverso l’incomprensibilità del linguaggio privato.
Ciò che viene negato nel futuro dell’Arte è sia la possibilità dell’emergere di una comprensibilità non omologata, sia una rivoluzione comprensibile (5).
D’altronde, constatiamo che l’Arte crea le sue forme e le modifica quando in esse non riesce più a esprimersi. Ogni mutamento non è però solo un segnale di fuga dall’omologato: contestualmente al mutamento, emerge un messaggio di invito all’attenzione il cui scopo è metterci sull’avviso o gridarci che, almeno nelle intenzioni dell’artista, si è in presenza di vera arte e non di quel comporre pittorico, musicale ecc. delle cui forme si sono ormai impadroniti, a fini ludici e economici, il pubblicitario o il compositore di musica da ballo (6).

Alla luce di quanto sopra, viene da porsi, ancora una volta, la domanda: che cos’è un’opera d’Arte? Che cosa oggi la caratterizza?
Un’opera d’Arte, oggi, può definirsi tale, e comunicativa, secondo il mio pensiero, solo quando vede nascere la propria essenza sulla Morte del Gesto Creativo, ovvero dell’Arte stessa, che su questo destino funebre dovrà ri-fondare i propri canoni estetici.
Accettando questa ultimazione e assistendo a questo funerale si realizzerà, in una catarsi, che MEZZO, CONTENUTO E FINE dell’opera d’arte sgorgano finalmente dalla stessa matrice intima, assumendo la stessa forma.
Col mio pensiero d’artista intendo sostenere la necessità della Morte del Gesto Creativo.
Con il mio lavoro intendo condurre l’atto creativo al sacrificio necessario affinché il senso dell’Arte e la sua sacralità vengano di nuovo rivelate, in un sacro senza dio, senza le briglie del divino. Un sacrificio laico (che si ponga, cioè, agli antipodi di una mentalità clericale), ma al contempo dischiuso a una trasversalità che non simuli interessi sociali o religiosi, ma comprenda le ragioni più intime e profonde (ciò che qui intendo per sacro), atte a rivelare la condizione che l’Uomo, e di conseguenza l’Arte, oggi vivono
In questo contemporaneo gli artisti non sembrano ravvisare e proporre un dato trasgressivo vero, utile a intravvedere un’ulteriore evoluzione dell’Arte. Piuttosto ne profanano il corpo, confondendo la provocazione con la trasgressione, perdendo di vista il fine dell’opera d’arte: produrre l’accostarsi all’invisibile compenetrandosene per renderlo visibile, attraverso una perversione che assuma e incarni il potere della sovversione, rivelandosi in un nuovo linguaggio.
E’ in questo senso che ritengo necessario il sacrificio a cui il gesto creativo deve soccombere per sublimarsi nella catarsi della trasformazione, della re-incarnazione e divenire linguaggio nuovo, consegnando un messaggio potente, violento, inconfondibile, ma salvifico all’idea di mutazione, collocandosi nel suo centro e divenendone artefice.
Nel mio lavoro di pittore quel sacrificio si compie nel momento in cui l’opera realizzata in carne e ossa, ovvero in colore e supporto, rinuncia a se stessa nella sua forma naturale per essere consegnata all’inesorabile voracità del mostro tecnologico.
C’è un istante in cui uno scatto fotografico digitale si appropria dell’incipit creativo.
Il gesto che ha procurato il farsi dell’opera nel suo colore, nella sua materia tattile e visiva, cede a uno strumento tecnologico, che scompone e ricompone la stessa immagine in milioni di pixel, e si vanifica, svuotata di quello spessore nervoso e globulare di cui solo un gesto fisico e carnale può disporre. Un’opera fagocitata dalla bulimia tecnologica, si offre al mondo nel corpo anoressico di un codice binario. Ogni gesto, e con esso ogni pensiero creativo, viene appiattito contro le pareti gelide del sistema. Ogni colore viene riconosciuto e riconsegnato nella sua versione asettica, privato di ogni possibilità di elevazione ascetica.
In questo atto sacrificale l’intenzione creativa definitivamente muore e trascina con sé l’artista, che rinuncia al suo potere interpretativo affidandolo, nel caso mio, alla forza della LUCE. Questa, con le sue lame, dall’Oltre attraversa l’immagine iniziale, deflagra e smonta ogni parametro conosciuto. Restituisce qualcosa di inaspettato, di impensato, unico e nuovo nell’esatto momento in cui accade. Catturato dal digitale (macchina fotografica), privato del suo essere materia (elaborazione digitale), ciò riapparirà in un simulacro, scagliato contro l’infinito dove l’Arte abita.
La luce diventa l’artefice primo dell’Opera, il vero artista.
Ogni regola naturale salta, il dogma si smonta, ogni certezza viene sgretolata e diffusa in una sensazione ibrida quasi chimerica. Non è opera dipinta, non è acclamazione virtuale. Qui gli estremi si toccano, convivono – il Bene e il Male, Ombra e Luce, Materia e Anti-materia.
E’ il momento in cui il visibile si spoglia dei connotati della mera immagine per divenire Opera d’Arte, fondando il proprio valore profetico sui canoni etici ed esistenziali della Rinuncia, del Sacrificio, della Morte e della Trasformazione del gesto creativo.
L’Arte potrà così riannunciarsi avvertendo del destino della condizione umana, rivelando, e ponendosi al cuore della mutazione in atto.
Nel mio lavoro si presuppone dunque che l’Artista abdichi alla sua funzione, in primo luogo consegnando alla Luce la pulsione creativa, rivelata per Mezzo del sacrificio necessario, che annulla il gesto vero nel sistema digitale. Da tale trasformazione e dal fantasma dell’immagine riapparsa in pixel, nutrito e conformato dallo stesso sistema, emana il Contenuto ineludibile dell’Opera, la cui essenza estetica si disincarna e reincarna, ovvero si realizza, nella tecnologia digitale.
Se il Fine dell’Opera d’Arte è coniugare l’ideale con il reale, ovvero il pensiero con la materia, ciò trova una congiunzione paradossale, ma perfetta, nel digitale.
Non solo. Mezzo, Contenuto e Fine sgorgano dalla stessa matrice tecnologica, assumono la stessa forma nel codice binario, rivelandosi in piena corrispondenza. Nessuno di questi elementi prevale sull’altro.
Vorrei sostenere che l’Opera, collocandosi all’esterno e all’interno dell’estetica dell’Arte, pur valendosi di un supporto tecnologico potenzialmente standardizzante, si riappropria così ”dell’aura di unicità persa nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.“ (7).
Tornando brevemente alla tecnica con cui lavoro, l’immagine ottenuta attraverso un complesso procedimento a passaggi successivi, con il ruolo determinante della Luce, verrà infine trasposta su una pellicola trasparente, ancora una volta per mezzo di uno strumento digitale (stampante a getto d’inchiostro). Questa operazione sarà praticata non da me-artista, ma da un tecnico che, nulla avendo a che fare con il senso dell’Arte, contribuisce a sostenere la realizzazione dell’Opera senza esserne autore. Dichiaro con ciò una ulteriore mia assenza, come artista, nell’Opera, a conferma definitiva del senso di rinuncia insito in quello che ritengo il concetto portante del significato dell’Arte oggi: la Morte del Gesto Creativo.
In questi miei lavori si sta partecipando alla relazione tra pittura e stampa, tra pittura e mass media, relazione già frequentata, per esempio, da Rauschemberg e Warhol con la tecnica serigrafica. Con l’avvento dei media digitali questa relazione è entrata in una nuova fase e ha assunto un look diverso, nuovo, che nutre una nuova estetica: come sostiene Robert Storr (8), uno dei più accreditati e famosi critici d’arte contemporanei, si tratta di ”una innovazione liberatoria, che trasforma i limiti e i difetti della tecnica digitale in pregi capaci di evidenziare le intenzioni essenziali dell’opera. Stampanti a getto d’inchiostro per produrre vere opere d’Arte e non per riprodurre immagini. Per gli esponenti ingrigiti delle avanguardie che hanno atteso con impazienza la morte della pittura (e con essa, la morte del gesto creativo, n.d.r. G.Z.), per i conservatori che hanno temuto questa eventualità e hanno, di conseguenza, odiato i media emergenti, è una pessima notizia!”
Un’ultima citazione, prima di concludere: ”L’arte contemporanea ha finito il suo ciclo e dovrà ricominciare da qualche parte, ma non si sa da dove “. A dirlo non è un difensore del classico né un apocalittico convinto che il male assoluto risieda nel presente, bensì Francesco Bonami, il più celebre tra i curatori italiani che dopo aver diretto biennali in tutto il mondo e scritto acuti pamphlet, pare arrendersi all’evidenza che davvero l’arte di oggi sia portatrice di nonsense, come anticipato negli anni ’90 da Baudrillard, filosofo e sociologo francese, e che stia miracolosamente in piedi perché un ristretto giro di addetti ai lavori ha deciso così (9).
Mi auguro, con il mio lavoro, di contribuire al Nuovo Inizio.

BIBLIOGRAFIA
(1) Anselm Kiefer, Ma l’Arte sopravvivrà alle sue rovine,Vita e Pensiero, Bimestrale di cultura e dibattito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, n.4 – 2012
(2) George Steiner, Linguaggio e silenzio. Saggi sul linguaggio, la letteratura e l’inumano, Garzanti Libri, Saggi, 2003
(3) Franco Zeri, Arte digitale, http://www.francozeri.it
(4) Theodor W. Adorno, Filosofia della musica moderna, Einaudi, 2002
(5) Ezio Saia, Contesto di comprensione: rivoluzione delle Avanguardie e urto spaesante, in http://www.criticaimpura.wordpress.com
(6) Ezio Saia, Contesto di comprensione: razionalità e comunicabilità nelle opere narrative, artistiche e musicali, in http://www.criticaimpura.wordpress.com
(7) Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 2012
(8) Robert Storr, p.32, Corriere della Sera, 24/10/2012
(9) Luca Beatrice, Baudrillard e il funerale dell’arte cont

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11
Mar
13

NON C’E’ UNA SECONDA OPPORTUNITA’, PER L’ARTISTA…

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“Quel che chiamiamo progresso nel senso stretto del termine, non agisce obbligatoriamente nel campo dell’Arte. Se le assegniamo un posto, ci assumiamo il rischio di impoverirla, mentre l’Arte deve essere sovversiva. L’Arte deve essere nocività (*).”
Prendo spunto da queste affermazioni di Anselm Kiefer, uno tra i più grandi artisti contemporanei viventi, per introdurre il mio pensiero.
Fermo restando che non si può assegnare un posto all’Arte, se non a rischio di impoverirla, si può (e si deve) assegnarlo invece a coloro che fanno arte. La questione non è, a mio avviso, se e come l’Arte sopravvivrà alle sue rovine, ma se e come l’artista riuscirà a non condurre se stesso alla rovina: in quanto “strumento” dell’Arte, non è lui a stabilire se essa morirà oppure no e non sarà neppure in grado di trascinarla alla rovina. Rischia piuttosto di trascinarvi se stesso, nell’incapacità di percepirne il senso.
Il senso dell’Arte ha come presupposto la partecipazione alla contemporaneità, oltre che la sua testimonianza: sinonimo di progresso, ciò non esclude a priori sovversione e nocività.
Come scriveva Antonin Artaud, “l’arte ha il dovere sociale di dare sfogo alle angosce della propria epoca. Un’artista che non ha accolto nel fondo del suo cuore il cuore della propria epoca, l’artista che ignora d’essere un capro espiatorio, e che il suo dovere è di calamitare, di attirare, di far ricadere su di sé le collere erranti dell’epoca per scaricarla del suo malessere psicologico, non è un artista.”
Kiefer sostiene che l’artista, per riconoscere l’Arte, deve accettarne l’irraggiungibilità –“là dove si trova, non potremo mai raggiungerla (Vangelo secondo Giovanni, cap.VII)”, ma ciò non implica necessariamente il rinnegamento della propria posizione all’interno della contemporaneità.
Sposterei dunque l’attenzione dall’Arte all’artista, che è suo strumento, piuttosto che colui-che-decide-di-fare-arte: l’Arte è superiore all’artista, che a Essa dovrebbe cedere, piuttosto che a una logica di mercato (com’è, per esempio, il caso di moda e design).
Evidentemente consapevole del ruolo secondario dell’artista rispetto all’Arte, Kiefer affida le proprie opere all’azione di elementi naturali (la corrosione dell’acqua, la dissoluzione nella terra…), affinché completino il suo lavoro con un imprevedibile valore aggiunto a quanto lui ha già fatto.
Il mio punto di vista si spinge oltre una tale impostazione di stampo materialistico: la rinuncia da parte dell’artista nel superamento del suo ruolo, è possibile anche attraverso le tecniche e gli strumenti che la contemporaneità offre. Ci si può sentire progressisti senza per questo venire meno alla sovversione e alla trasgressività indispensabili perché le nuove forme espressive, ovvero i linguaggi nuovi, siano considerati realmente tali.
L’odierno linguaggio espressivo di Kiefer, pur interessante e significativo, non ha in sé le caratteristiche del nuovo. Se si vuole assistere, come lui stesso afferma, all’uccisione dell’Arte e alla sua rinascita, non mi pare sufficiente, nemmeno in senso metaforico, “riesumare opere dalla terra.”
L’Arte può definirsi tale quando assume in sé ed emana valore profetico nell’annunciare un linguaggio “nuovo”, che porti in sé i segni di una necessaria mutazione dalla condizione che era a quella che sarà, – testimoniata nel presente, nella contemporaneità.
Il valore dell’Arte consiste cioè nel manifestare e rivelare evoluzione, di per sé naturalmente sovversiva.
Quando un artista è attraversato da un’idea “nuova”, nel consegnarla al mondo percepisce la perdita di una parte di sé: vivrà monco di quel pensiero che, nel momento stesso in cui prende forma, non gli appartiene più, divenendo il presupposto di un linguaggio “nuovo” nei termini più sopra descritti, di valore universale. In questo senso diviene “strumento dell’Arte”: l’amputazione che subisce è condizione necessaria perché possa essere riconosciuto come un vero artista.
Il pensiero perduto nell’opera è ragione per cui possa specchiarsi e riconoscersi in essa, inseguendolo in una nostalgica ripetizione. Difficilmente, perciò, un artista potrà dare origine a più di una “mutazione” – un linguaggio “nuovo” – nel corso della sua vita (si pensi a Picasso, Duchamp, Pollock, Wahrol, Fontana…). Non c’è una seconda volta. La ricerca disperata di una seconda possibilità rischia di condurre l’artista al suicidio. Come scriveva Quasimodo:
“Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”